
Fare l’artista? Una follia
Il lavoro, i sogni e le difficoltà di un giovane che dipinge le contraddizioni dell’essere umano e della società in cui vive
“Vengo qui tutti i giorni e ci passo almeno cinque o sei ore. Quando i miei amici mi cercano sanno dove trovarmi”. Fabio Mariani, nel suo studio in via Cocconato, in pochi metri quadrati ha allestito un piccolo atelier. Qualche tela bianca è appoggiata ad un armadio, altre già dipinte sono addosso al muro, sulla destra l'angolo dei colori e poi il gesso, la colla, i sacchi di juta, la sabbia, la pozzolana. “In effetti mi piace sperimentare una pittura fatta con materiali diversi che, combinati fra loro, riproducono tecniche pittori- che antiche”. Fabio ha 27 anni e vive nel suo quartiere, Casalotti, fin dalla nascita. La passione per il disegno risale all'infanzia, ma solo dopo essersi diplomato all'Accademia delle belle arti ha iniziato ad esporre quadri e partecipare a concorsi. Di targhe e riconosci- menti ne ha vinti tanti, ma di questo lavoro, racconta, è difficile vivere: “Fare l'artista in Italia è un po' una follia, se non hai qualche amico che conta... Molte opere vengono spinte a quotazioni inverosimi- li, solo perché ne ha parlato qualche critico di rilievo. Ma spesso per comprarsi il parere di un critico non c'è bisogno del talento. Se non conosci nessuno vendere delle cose originali è difficile e così si finisce per fare le copie dei grandi capolavori, perché è quello che la gente cerca. Mi domando tutti i giorni - continua Mariani - se non sia il caso di andare all'estero, dove c'è un po' più di interesse verso gli artisti giovani e verso la sperimentazione”. Tra una distesa di pennelli di vario tipo e pigmenti di colore imbevuti di olio di lino, sono disseminate le sue tele, in cui particolari e dettagli del mondo reale vengono inseriti in uno spazio geometrico, assumendo significati fortemente simbolici. Come nel caso de “Il filosofo”, che col suo sguardo che sembra distratto si interroga sul senso della realtà. “Per trovare i soggetti mi guardo intorno, a volte prendo spunto da una foto o da un ritaglio di giornale. Poi però quello che esprimo sono temi esistenziali, che riguardano la vita dell'uomo” spiega, indicando “Simbolo di pace”, una tela in cui si vede un bambino che corre verso l'orizzonte su una strada che non si sa dove conduca, metafora della vita umana. In un altro quadro, si vede un uomo rivolto verso una zona di nuova urbanizzazione, che osserva da lontano i lavori per la costruzione di centinaia di edifici: “Questa è un'immagine che mi è rimasta stampata in mente. Stavo camminando sulla via Boccea e in lontananza ho visto una ventina di gru al lavoro... Sul quadro le ho numerate una ad una, per dare il senso dello scempio: chilometri e chilometri di cam- pagna che viene distrutta in pochi mesi per far spazio a villini residenziali”. Tele che richiedono almeno qua- ranta ore di lavoro e che non possono costare meno di duemila euro. Ad acquistarle quasi sempre sono addetti ai lavori, o istituzioni. Dal 18 dicembre sono visibili anche al museo di Porta San Paolo, nell'ambito dell'esposizione collettiva “Sulla strada per il ritorno”, che ripercorre il rapporto tra la Roma del passato e quella contemporanea.
Livia Parisi

